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Invecchiamento e città felici

by Francesco Brunori

Nei precedenti articoli abbiamo affrontato i temi della mobilità e del lavoro in città che però cambiano, si trasformano e… invecchiano! Questo è un passaggio che forse troppo spesso ci dimentichiamo di tenere in considerazione.

Trasformare una città già esistente, magari con centinaia d’anni di storia è assai complicato: richiede tempo e sforzo e presuppone una profonda rivoluzione poiché tutto deve cambiare, a cominciare dalla mentalità di chi ci vive. Presuppone mediazione e rispetto per mantenere il giusto equilibrio tra passato e futuro, tra ambiente e tecnologia, tra vincoli ambientali e Beni Culturali. Ecco perché il processo di trasformazione è spesso faticoso e lento, a volte arduo e difficile: è un processo che viaggia a diverse velocità e non coinvolge tutti nello stesso momento né in ugual misura.

Siamo ormai tutti consapevoli che i prossimi anni saranno per l’Italia, ma non solo, anni di grandi trasformazioni, possibilmente con riforme e presa di consapevolezza di un Paese che viene considerato geriatrico! Si, geriatrico!

La popolazione anziana, la popolazione over 65 (possiamo ancora considerare un sessantacinquenne anziano?) per intenderci, nelle proiezioni ISTAT, EUROSTAT, ONU, rappresenterà nel 2035 circa il 33% dell’intera popolazione italiana, nel 2050 gli over 65 a livello globale saranno circa il 22% della popolazione!

Un abitante su 3 sarà considerato anziano e di questi, 1 su 7 sarà un grande anziano (over 80). MAI nella nostra storia è accaduto qualcosa di simile.

Nessuno può insegnarci come fare perché per primi (in realtà insieme a Germania e Giappone) arriveremo a questo “traguardo”.

I “baby boomer” la generazione del dopoguerra, sta invecchiando e la mancanza di politiche sulla famiglia, i saldi migratori insufficienti etc. non hanno reso possibile il ricambio generazionale.

I progressi della medicina ci portano oggi ad avere una prospettiva di vita alla nascita di 82/84 anni (m&f) e alcuni studi affermano che i bambini che nascono oggi possono avere una prospettiva di vita oltre i 90 anni (l’età media della popolazione in Italia oggi è di 45 anni, nel 2040 50,7 anni), ciò significa che il centenario non sarà prerogativa della Sardegna, ma la normalità.

E non pensiamo che la situazione possa risolversi nel giro di pochi anni.

Forse il punto non è “l’aspettativa di vita alla nascita” ma “quanti anni in buona salute mi restano da vivere”, ma anche come poter migliorare l’invecchiamento attivo, come rendere l’”anziano” una risorsa per la comunità e non un peso per il Sistema Sanitario Nazionale. Ciò porta di conseguenza ad una maggior consapevolezza dei “rischi evitabili”, delle conseguenze dei nostri comportamenti e “stili di vita”, ad una riorganizzazione del mercato del lavoro, e/o delle competenze, ad una valorizzazione del “know how”, ad un ripensare la città. Una città felice a misura d’anziano e di bambino, con prerogative diverse ma non per forza divergenti.

Proviamo a cambiare prospettiva. Siamo sicuri che questa trasformazione debba esser vista come un problema e non come un’opportunità? Proviamo ad essere proattivi nei confronti di questo cambiamento e pensare a cosa potremmo fare per “sfruttare” a nostro vantaggio questa situazione. L’Europa l’ha definita “silver economy”, noi come leggiamo questo cambiamento?

 Cominciamo da alcuni punti fermi:

  1. Quartieri come luogo di socialità
  2. Servizi a portata di camminata (max. 15 min.)
  3. Città nelle città (dove anziani e famiglie convivono per “mutuo aiuto”)
  4. Nuove opportunità lavorative (ad es. white job)
  5. Una società che invecchia in modo sano è una società più prospera

Partiamo dai due punti più facili “1” e “3”. Vediamo, ormai da troppi anni, come la mancanza di rapporto tra persone porta sempre più ad un individualismo spinto. In alcuni casi questo è stato rafforzato anche dal divario sociale che si è venuto a creare post crisi del 2008 e, ancor più accentuato, dalla pandemia di covid-19.

Esistono già alcuni esperimenti in giro per il mondo dove “anziani” e famiglie collaborano nella gestione degli spazi comuni e privati (ad esempio servizi di babysitteraggio). Questo è un buon esempio di come “tenere attivi, anche fisicamente e mentalmente” le generazioni più agèe e alleggerire il carico economico delle famiglie. Inoltre questo tipo di relazione crea una sorta di “controllo” sulla salute dei più anziani come nel “modello grattacieli” ad Hong Kong: se una persona anziana per diversi giorni non si reca al bar o nei ristoranti che tipicamente troviamo ai piani più bassi di questi edifici, scatta l’allerta.

Inoltre questi luoghi possono garantire una maggior socialità, reti amicali e di sicurezza che possono mitigare il fenomeno sempre più numeroso di anziani soli o di famiglie mononucleari (in forte espansione nei prossimi decenni).

Il punto “2” è invece un aspetto per andare verso uno stile di vita più sano. Avere alla portata di 15 minuti tutti i servizi, incentiva le persone a spostarsi a piedi. Questo vuol dire, di conseguenza, fare la passeggiata di almeno 30 minuti (giornalieri possibilmente) che i medici consigliano come “buona prassi” per un invecchiamento (ma non solo) sano e attivo. Dobbiamo però farci alcune domande: di che tipo di servizi parliamo? Supermercati, poste, farmacie, anagrafe, uffici pubblici etc? Beh, le città del futuro saranno felici ma saranno anche smart e inoltre, vista la grande accelerata nella digitalizzazione e l’abilità anche nelle generazioni più mature nel maneggiare i dispositivi mobili per fare acquisti o prenotare servizi, in futuro locali e uffici dovrebbero essere a portata di “clic” e quindi? Potremmo pensare a luoghi di incontro, scambio, luoghi dove socializzare, imparare, apprendere (nell’ottica delle Learning City o del Learning by doing), dove ritrovare il piacere di stare insieme, che incentivano le persone ad uscire di casa e ritrovarsi!

I punti “4” ed “5”, come i precedenti sono strettamente collegati. Con l’invecchiamento della popolazione, o meglio il sempre più alto numero di anziani presenti sul territorio, potrebbero nascere nuove figure di assistenza o di cura, come ad esempio l’infermiere del territorio (già presente in alcune realtà) o altre figure che aiutano la popolazione ad invecchiare in maniera sana e attiva, garantendo così un minor aggravio di spese sulle già traballanti risorse del nostro Sistema Sanitario. Un anziano in buona salute può essere, come sottolineato all’inizio, una risorsa per la comunità.

Parliamo tanto di “Smart City” ma forse, viste le sfide che il futuro ci lancia, sarebbe meglio cominciare a pensare alle “Happy City” dove ritrovare il gusto di essere cittadini attivi, valorizzando la socialità e le competenze che ognuno di noi può offrire. Tutto a portata di camminata (massimo 15 minuti però)!

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