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Città felici e lavoro - seconda parte

by Antonio Furlanetto

In questa seconda puntata vorrei provare a vedere con voi il “bicchiere mezzo pieno”.

Anzi l’idea è quella di farlo proprio mentre siamo investiti dai venti di guerra e le città, che vediamo ogni giorno sui nostri media, sono le città distrutte dell’Ucraina, dove si stanno consumando sulle vite della povera gente, dei cittadini inermi molti paradossi della nostra contemporaneità e dove potenze e “mezze potenze” si sfidano e provano i loro armamenti direttamente o per procura devastando città e territori in conflitti locali (Siria, Afghanistan, Ucraina, Libia, Libano, Yemen, ecc.).

Proprio nel momento in cui constatiamo nella “nostra” Europa come le città possano trasformarsi in trappole mortali per le persone, diventare addirittura ostaggio per gli eserciti che si fronteggiano o ridursi a luogo di tragedia e nostalgia di esuli o, in un climax di violenza, a luogo preferito per perpetuare “pulizie etniche” o “vendette tribali future”, che credevamo appartenere ad un passato di cui vergognarsi e che invece sembrano avere un nuovo rigurgito.

Proprio in questo momento, perché siamo futuristi, noi dobbiamo fare vedere che sempre in fondo al tunnel c’è la luce e che l’alba di un nuovo giorno potrà portare l’umanità, ed in particolare l’umanità che vive nelle città, a fare un passo in avanti ulteriore nell’evoluzione della civiltà, magari imparando, tra le tante cose, a come costruire delle aggregazioni urbane dove le persone possano essere in qualche modo al sicuro o almeno protette anche in tempo di guerra. La condizione bellica certo, come constatiamo, è proprio l’esatto opposto della “felicità” nelle città, è anzi l’apocalissi delle città, ma se queste ultime saranno progettate e sviluppate “anche” per essere resilienti a questi “cigni neri”, avremmo aggiunto un tassello importante nel disegnare Città Future Felici. O che possano tornare prima possibile ad essere felici. Almeno per le generazioni a venire, nella speranza che possano perdonare l’obnubilamento della ragione nelle generazioni più anziane, il loro egoismo o la loro ignavia.

Il mondo è globalizzato, che lo si voglia o non lo si voglia vedere così anche attraverso i paradossi delle reciproche “dipendenze” (energetiche, alimentari, finanziarie e persino culturali). Proprio per questo ha un disperato bisogno di statisti che abbiano visione, che siano lungimiranti e non si guardino i piedi, ragionando con categorie di pensiero – anche nella geopolitica – che sono ormai totalmente anacronistiche (e questo rende ancora più atroce la loro sopravvivenza).

Proprio un anno fa, il 10 aprile 2021, l’Economist pubblicava uno speciale intitolato The future of work dove l’articolo di apertura The future of work: A bright future for the world of work ci raccontava come la maggior parte degli “indici” che misurano la condizione del mercato del lavoro, ma anche l’occupazione e le prospettive di lavoro e occupazione, fossero tutti positivi, non solo come dato puntuale, ma come tendenza. Ad eccezione però, piuttosto significativa, del coefficiente di Gini che, come è noto, è una misura affidabile delle diseguaglianze in relazione alla distribuzione della ricchezza. E mediamente sta peggiorando in tutto il mondo da lungo tempo. Tuttavia, partendo dagli altri indicatori in zona positiva e tenendo conto delle promesse di tecnologia e scienze esponenziali, i giornalisti dell’Economist si spingevano a prospettare futuri brillanti per il lavoro, i mestieri e le professioni nel breve e nel medio periodo.

Non erano e non sono i soli: molti studiosi ed esperti prevedono che la Quarta rivoluzione industriale, quella della vera digitalizzazione, porterà certamente, come le precedenti tre, a “distruggere” posti di lavoro, mansioni e professioni, ma ne creerà altrettanti, anzi in numero maggiore, in modo che il saldo sia ancora una volta positivo. Lasciamo da parte in questa sede riflessioni sulla impiegabilità o meno di chi sarà espulso dal mondo del lavoro, che forse potrebbe ridimensionare tanto ottimismo.

In ogni caso, se guardiamo ad altri trend in giro per il mondo ma anche sul nostro territorio, possiamo in realtà riconoscere altri segni che indicano il possibile realizzarsi di un nuovo “boom” nell’economia, ma soprattutto per il benessere delle popolazioni tra gli anni Trenta e Quaranta di questo secolo.

Guardiamo, ad esempio, all’enorme sviluppo della ricerca all’interno e all’esterno degli atenei. Schiere di ricercatori in Europa fanno progredire le scienze, ma anche le industrie e molti ambiti della vita sociale, non solo all’interno delle università e dei centri di ricerca pubblici e privati, ma anche vivendo dei cosiddetti “fondi competitivi” della EU che giocano un ruolo fondamentale nella progressiva simbiosi tra mondo della ricerca e mondo della produzione.

Le università premono anche in Italia per sviluppare la loro “terza missione” che, ad esempio, spalancherebbe loro vaste aree di business nella consulenza, ovviamente anche a scapito di altri competitor, ma darebbe loro la possibilità di contribuire alla floridezza dei territori e al benessere delle comunità. Pensiamo solo al ruolo della ricerca nella vicenda dei vaccini anti Covid-19 che, arrivati alla distribuzione in metà tempo di quello normalmente previsto in questi casi, ci hanno permesso di affrontare in modo aggressivo la pandemia e forse di vincere quella battaglia.

Tanti, tantissimi studiosi e ricercatori sono pronti ad uscire dai loro laboratori o dalle loro biblioteche e a mettersi in gioco o a disposizione del “bene comune” cioè a partecipare alla gestione della cosa pubblica, all’amministrazione di territori e comunità. E la maggior parte delle università e delle fucine di queste intelligenze dove sono? Naturalmente nella città!

Rappresentano inoltre la punta avanzata, l’avanguardia di quei “nuovi nomadi” che sembrano essere i nuovi abitanti del mondo, ma soprattutto delle città. Già oggi, ma lo saranno molto probabilmente in un futuro prossimo. Sono le giovani generazioni, a partire dai Millennial, che si sono abituate più in fretta e meglio alle mutate condizioni non solo della congiuntura, ma di un’epoca di transizione selvaggia come la nostra: precarietà, incertezze, ambiguità, complessità e velocità.

Sono loro l’avanguardia dei nuovi abitanti delle città del futuro? Città felici prima, ma anche e differentemente “intelligenti”.

Saranno pronti ad affrontare in modo sostenibile, condiviso e lungimirante la prossima Golden Age degli anni Trenta e Quaranta? Senza ripetere gli errori delle generazioni che li hanno preceduti?

 

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